Intervista esclusiva all’ex viceministro britannico Tugendhat
Le democrazie sono più unite delle autocrazie, dice il deputato tory. Ma serve aggiornare le leggi per affrontare le nuove minacce
Tom Tugendhat siede alla Camera dei Comuni da un decennio, nelle fila del Partito conservatore. Dal 2022 al 2024 ha fatto parte dei gabinetti di Liz Truss e Rishi Sunak in qualità di minister (l’equivalente di viceministro in Italia) all’Home Office con delega alla sicurezza. Per breve tempo giornalista in Libano, poi riservista dall’Esercito britannico, ha prestato servizio in Iraq e in Afghanistan.
Martedì è stato tra i relatori della IRG Conference 2025 alla SDA Bocconi School of Management, incontro organizzato da IRG Enhanced Intelligence in collaborazione con Aspen Institute USA, Aspen Institute Italia e SDA Bocconi. Obiettivo: discutere come le imprese possano tradurre conoscenza e influenza in crescita sostenibile e competitività geopolitica. Il tutto, a partire dal rapporto “Global 200 IRG”, presentato da IRG, società guidata da Fernando Napolitano, dal quale è emerso che soltanto il 2% delle aziende mondiali supera la soglia minima di “influence fitness”. Ovvero la loro capacità di trasferire know-how tecnico e industriale ai legislatori e agli stakeholder, per prevenire politiche poco informate.
A margine dell’evento ho intervistato Tugendhat, per parlare di Occidente, Ucraina e Russia, ma anche di Cina, una “minaccia” alla sicurezza nazionale che nelle ultime settimane sta facendo discutere il Regno Unito in maniera particolarmente accesa dopo l’archiviazione del caso dei due ricercatori accusati di spionaggio e in vista della decisione sulla mega-ambasciata che Pechino vorrebbe costruire a Londra.
A quasi quattro anni dallo scoppio della guerra, l’aggressione russa contro l’Ucraina resta il principale banco di prova della credibilità delle democrazie. Perché i Paesi europei dovrebbero mantenere saldo il loro sostegno a Kyiv?
“È chiaro che le ambizioni di Vladimir Putin sono guidate unicamente dal suo bisogno di mantenere il potere. Dopo aver sottratto miliardi al popolo russo, sa che se non riesce a concentrare l’attenzione su un mito nazionale sarà visto – giustamente – come la causa del collasso della Russia. Oggi combatte con il denaro cinese, le armi iraniane e gli uomini nordcoreani, a dimostrazione che il suo Paese è distrutto e in rovina. Tuttavia, ciò non lo rende meno pericoloso. Negli ultimi mesi membri della Nato, come Estonia e Polonia, hanno visto il proprio spazio aereo violato, come test della nostra determinazione. Se Putin dovesse riuscire in Ucraina, rivolgerebbe semplicemente la sua attenzione più a Ovest”.
Lei ha definito la Cina come “una seria minaccia” per la sicurezza nazionale. Crede che i Paesi europei abbiano compreso la reale portata della sfida?
“Al momento no. Gli olandesi, e in una certa misura gli Stati baltici, hanno capito la realtà dell’aggressività cinese. Ma molti altri – incluso il nostro governo nel Regno Unito – si sono lasciati guidare più dagli interessi commerciali che dalle evidenze sulle reali intenzioni di Pechino. Stiamo assistendo a una Cina che, fondata su idee di nazionalismo marxista, cerca di fare all’estero ciò che ha già fatto in casa propria”.
Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno rafforzando il loro coordinamento politico, tecnologico e militare. Le democrazie stanno rispondendo con sufficiente coerenza strategica o il fronte occidentale è ancora troppo frammentato nelle sue priorità?
“La realtà è che siamo molto più uniti dei nostri avversari. La Nato ci unisce militarmente, mentre l’Unione europea e il G7 contribuiscono ad allineare le nostre politiche. Non ci manca la capacità, ma la volontà. Comprendere la minaccia è la chiave per reagire, e non siamo ancora arrivati a quel punto”.
Gli episodi di sabotaggio e interferenze contro le infrastrutture energetiche e digitali europee sono in aumento. Ritiene che sia giunto il momento di creare un vero coordinamento operativo tra le democrazie per proteggere le reti critiche comuni?
“Sì. È evidente che l’infrastruttura di sicurezza europea è troppo frammentata. La Nato è essenziale per la cooperazione militare, ma oggi buona parte delle minacce si colloca in un ambito di sicurezza interna e criminalità organizzata. Abbiamo visto molti gruppi assoldati da servizi d’intelligence stranieri compiere atti di sabotaggio e omicidi in tutto il continente. Dobbiamo collaborare più strettamente per proteggerci e arrestare i responsabili”.
Il Regno Unito ha introdotto il National Security Act, una delle risposte più avanzate in Europa alle minacce ibride e alle interferenze straniere. L’adozione di quadri legislativi simili in altri Paesi europei potrebbe favorire un allineamento più profondo tra le democrazie, non solo nello scambio di intelligence ma anche nella deterrenza?
“Il National Security Act 2023, che ho promosso, rappresenta il più grande cambiamento nella legislazione sulla sicurezza del Regno Unito da una generazione e renderà il Paese più sicuro. È necessario che i nostri amici in Europa e i partner nel mondo aggiornino le proprie leggi per adattarsi alla nuova realtà delle minacce”.
Dopo la Brexit, il Regno Unito ha spesso rivendicato un ruolo di ponte tra Stati Uniti e Unione europea su sicurezza e tecnologia. Come potrebbe cambiare questo ruolo alla luce delle priorità di un’amministrazione Trump?
“Il Regno Unito e gli Stati Uniti restano alleati e partner strettissimi. Il rapporto è così solido perché va ben oltre Downing Street e la Casa Bianca. Molti parlamentari, me compreso, hanno servito fianco a fianco con membri del Congresso e senatori statunitensi quando eravamo nelle Forze Armate dei nostri Paesi, e questo fa sì che il legame sia molto più stretto di qualsiasi alleanza politica. Per molti di noi è qualcosa di personale”.
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